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Roberto Lasagna
AL PACINO
Roma, 2000,
Gremese
pp. 127,
35 mila lire
L'ultima notizia che lo riguarda, al momento, lo vede ancora una volta protagonista. Come sempre. A lui, infatti, è stata affidata la parte nientemeno che di Napoleone, in un film biografico sullEmpereur. E sempre a lui, qualche mese fa, insieme ad Harvey Keitel ed Ellen Burstyn, è stata affidata (al posto di Arthur Penn) la direzione del leggendario Actors Studio, la scuola di recitazione fondata nel 1947 da Elia Kazan e Lee Strasberg. Certo, il famoso "Metodo" lui, Al Pacino l'ha imparato eccome. E gli spettatori di tutto il mondo si sono ben abituati alla sua faccia da segugio dal fiuto sopraffino e alla sua tempra di gangster irriducibile fin dai tempi di Panico a Needle Park, 1971, e Il padrino, 1972.
Sono passati quasi trent'anni, eppure in tanti applauditi film Al Pacino non ha mai smesso di rappresentare, nel rassicurante panorama cinematografico dell'american way of life, la faccia scura della luna, senza mai "staccare" davvero con i suoi personaggi piegati da una società avida solo di potere e di successo. Serpico (1973), Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), Il padrino parte II (1974) e III (1990), Scarface (1983), Scent of a woman (1993), Heat (1995), fino ai recenti Insider e Ogni maledetta domenica (1999): il libro puntuale e prezioso di Lasagna non dimentica nessuno dei capitoli filmografici di uno dei beniamini di Holywood, dal talento forse meno eclettico rispetto a Robert De Niro (suo compagno di studi all'Actors Studio) ma non meno intenso e personale nella caraterizzazione dei propri ruoli. Proprio quel De Niro con cui Pacino si è trovato faccia a faccia in Heat, luno contro laltro armato, sollevando un entusiasmo cinefilo da grandi occasioni.
Così, in una girandola di splendide immagini, tratte dai film, ad aiutare il ricordo di grandi prove d'attore, spicca anche una impeccabile prova registica, quella del Riccardo III (1996), "la più credibile interpretazione del personaggio shakespeariano", come dice Arthur Penn, "la più interessante, la più umana, la più reale". Persino "più" di quella dell'inarrivabile Laurence Olivier. Lui, però, nonostante i complimenti, continua a definirsi "un regista per caso". E a proposito del suo nuovissimo film, Chinese Coffee, pellicola sullamicizia di due scrittori di teatro, ha smorzato ulteriormente i toni, sostenendo semplicemente di aver dovuto dirigere lui il film per non aver trovato nessuno che lo facesse al suo posto. E magari, anche meglio.
Una piccola bugia, piena di modestia. Perché per Al Pacino stare dietro la macchina da presa, ormai, è davvero qualcosa di più di un semplice passatempo occasionale.
Paolo Perrone
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